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I segnali forti che servono

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Intervista a Giuseppe Zucchetti, segretario della Libera Artigiani di Crema (tratta dal mensile "MONDO BUSINESS" - Marzo 2009)

A quale crisi ci troviamo di fronte? E che tipo di azioni è opportuno mettere in campo per superarla. Ne parliamo con Giuseppe Zucchetti, segretario della Libera Artigiani di Crema.

Dottor Zucchetti, si dice che questa è una crisi di fiducia. Lo pensa anche lei?
«Condivido. Ma è giusto porsi la domanda: perchè io, oggi, non ho più fiducia? E qui entra in campo un potere forte della nostra società: la stampa. Giornali e televisioni hanno sicuramente una notevole forza mediatica e possono influenzare e anche condizionare l'opinione pubblica. E a questo proposito è innegabile che c'è una forte schizofrenia nell'enfatizzare informazioni che possono trasmettere fiducia o sfiducia».
La stampa avrà pure le sue colpe. Ma non è che la crisi svanisce nascondendola.
«Appunto. Serve equilibrio. In tutto. Perchè, alla fine, il consumatore, che non è certo uno sprovveduto, fa una sintesi dai messaggi, dalle informazioni e dai segnali che riceve. Ed è partendo proprio da questi che nasce la fiducia o la sfiducia di cui si parlava prima».
Di che cosa ha bisogno, dunque, la gente perchè possa ritornare ad avere fiducia?
«Ha bisogno di segnali forti».
Da parte di chi?
«Del governo, e della pubblica amministrazione in genere, e delle banche. Questi soggetti devono concordare comportamenti, interventi, decisioni che vanno tutti nella stessa direzione. Con un obiettivo: dire agli italiani che si sono individuati il problema e la soluzione, e che si sta agendo in fretta. Questo è il messaggio forte che fa rinascere la fiducia nella gente. Basta, quindi, con il disfattismo sui media. Ma basta anche con la politica degli annunci fini a se stessi».
Partiamo dal governo. Che cosa deve fare?
«Deve mettere in moto un piano d’interventi efficace coordinandosi con il mondo della finanza e delle imprese. C’è bisogno di tutti questi attori in campo. C’è bisogno, quindi, di scelte coraggiose, selettive, condivise. E urgenti. Perché in questi mesi ci giochiamo molto, o forse tutto».
E, quindi?
«Il piano delle opere pubbliche deve iniziare immediatamente, con tempi e soldi certi. La pubblica amministrazione deve onorare i suoi debiti nei confronti delle imprese; si tratta di 70 miliardi: li vuole pagare, da subito, o no? Sono soldi che darebbero ossigeno e liquidità alle aziende, le quali possono così ripartire. Bisogna differire il pagamento delle imposte per gli imprenditori - costretti a salti mortali per resistere sui mercati - ed evitare di penalizzarli con sanzioni e interessi da versare per questa dilazione».
Le banche a loro volta…
«Un’industria su dieci ha difficoltà d’accesso al credito. E parliamo di grande impresa. Immaginiamoci che cosa succede alle piccole e medie. Ora, se la parola d’ordine concordata a tutti i livelli, amministrativi e finanziari, è di aiutare le aziende a superare la crisi, anche le banche devono essere coerenti fornendo credito agli imprenditori».
La crisi ci lascerà più poveri?
«Che ci sia da tirare la cinghia, ce lo dobbiamo mettere in testa. E’difficile, però, chiedere sacrifici a chi percepisce 800 euro al mese. E convincerlo, quindi, che deve farsi un altro buco nella cintura. Ma attenzione: non è detto che questi 800 euro, se la crisi continuerà, ci saranno per sempre. Oggi, stiamo galleggiando. Galleggiamo pure finché le azioni coordinate di cui parlavo cominceranno a produrre i loro effetti. No agli allarmismi, quindi, sì allo spirito di sacrificio, ma ci deve essere indicato, con progetti coerenti, come si può e si deve uscire dalla crisi».
  

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